15/05/2019

Report della Giornata di Studio: DIALOGO SULLA CLINICA CONTEMPORANEA Sabato 11 maggio 2019

 

Aurora Gentile

 

 

La giornata promossa dall’Associazione Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia (AIPPI) è stata articolata in una prima parte con la presentazione di Aurora Gentile (Napoli-AIPPI) del libro di Maurizio Balsamo André Green Il potere creativo dell’inconscio, cui sono seguiti due interventi preordinati di Donatella Fiocchi (Milano-AIPPI) e di Margherita Iezzi (Pescara-AIPPI), e l’intervento dell’Autore, che ha raccolto i ricchi contributi offerti alle riflessioni, e in una seconda parte, nel pomeriggio, con una tavola rotonda cui hanno partecipato Luisa Carbone Tirelli (Presidente dell’AIPPI), Maurizio Balsamo, Lorenzo Iannotta (Roma-AIPPI) e Massimo Recalcati. Ha introdotto ai lavori il segretario scientifico nazionale dell’Aippi, Carmela Guerriera, sottolineando la finalità della giornata di studio, quella di promuovere un dialogo sulla clinica contemporanea, a partire dal pensiero di Green, e nel confronto tra modelli psicoanalitici differenti, ai quali hanno avrebbero fatto riferimento i diversi relatori, psicoanalisti degli adulti e psicoanalisti dell’infanzia e dell’adolescenza, nei loro interventi.

Per parafrasare il titolo di un testo di André Green del 2002, sono state proposte idee per una psicoanalisi contemporanea, e quale autore più di André Green poteva funzionare come centro di raccolta di tante e diverse posizioni? E chi più di Maurizio Balsamo, che in questo lavoro raccoglie l’eredità di Green (la sfida?), per promuovere ancora una volta una riflessione comune e mantenere vivo il campo della psicoanalisi in Italia?

La modernità psicoanalitica, scrive Green, ha due origini. Una è rappresentata dai contributi degli autori postfreudiani, a volte eretti in dogmi le cui esegesi non hanno niente da invidiare a quelle dei freudiani ortodossi di un’epoca forse trascorsa. Colpisce, aggiunge Green, che sono stati soprattutto i movimenti militanti che si richiamano a Melanie Klein e Jacques Lacan, ad allontanarsi più di tutti e così tanto gli uni dagli altri. L’altra origine della modernità va trovata nell’orizzonte epistemologico della nostra epoca. Ma è più facile intendersi sulla critica delle idee del passato che sull’adesione alle idee nuove, che sono lungi dal trovare un consenso unanime. E’ un apriori che incontriamo e cerchiamo di superare avendo come riferimento principale l’esperienza clinica. Se non si possono ignorare i modelli appartenenti alla biologia e all’antropologia, e se essi forniscono ancora agli psicoanalisti l’occasione di riflettere sul proprio sapere, va detto che il pensiero clinico rimane la sua esigenza principale. Come ha detto Luisa Carbone dell’esperienza appena conclusa, è bello costatare ancora una volta di potersi ritrovare così bene ed efficacemente a coltivare un terreno comune che ben si presta ad approfondimenti e a interlocuzioni.

E’ stato interessante vedere come i singoli contributi hanno messo al lavoro nelle vicende cliniche presentate alcuni dei temi messi in rilievo dall’Autore.

Fiocchi si è interrogata sul valore della follia e sul particolare senso che Green ha dato a questo termine, contrapponendolo alla psicosi a proposito di una sua paziente, che lei incontra dopo un tentativo di suicidio (il secondo della sua vita). La donna nel momento culminante della sua realizzazione professionale e amorosa “rovina” le sue prospettive perdendo il lavoro e il compagno restando involontariamente incinta. Psicosi o follia? La terapeuta si chiede se questo comportamento apparentemente “autolesivo” non possa in realtà procedere nella direzione di una buona evoluzione. Qual è in effetti il senso della scelta così difficile e “contro” di tenere e allevare da sola il bambino? Nel corso del lavoro successivo emerge l’ipotesi che questa decisione – così apparentemente distruttiva di tutto quello che erano i suoi sogni e gli sforzi di tanti anni – era arrivata dalla sua “parte sana” rimasta viva nonostante tutto. Ci sono situazioni in cui il terapeuta si trova di fronte alla necessità d’interpretare funzionamenti apparentemente folli del paziente, come nota Balsamo, come estremi tentativi per cercare una risposta a una questione per lui fondamentale, anche se questo può spingerlo a intraprendere percorsi anche drammatici.

Nell’altro intervento preordinato, Iezzi ha proposto una riflessione relativa all’esperienza dell’assenza come spazio potenziale di sviluppo, ma anche degli oggetti potenziali, in particolare riferendosi a ciò che scrive Green sul ruolo fondamentale della corporeità nella relazione madre-bambino. Quando viene a mancare il contatto con le braccia della madre, ciò che resta è la traccia di questa esperienza che organizza una struttura inquadrante capace di accogliere la perdita della percezione dell’oggetto materno come un’allucinazione negativa di essa e costituisce quindi lo spazio potenziale e le precondizioni per le future rappresentazioni.  La presenza della madre è indispensabile allo sviluppo del bambino, ma la separazione e la perdita della percezione di essa sono altrettanto indispensabili perché avvenga il riconoscimento di sè. Come si possono utilizzare e ritrovare nella clinica tali concetti? Iezzi ha presentato il caso di una bambina di 4 anni e mezzo, con una diagnosi di disturbo dello spettro autistico e il gioco relazionale che ha consentito un’evoluzione di questo inziale ritiro. L’esperienza di trattamento della bambina l’ha condotta a chiedersi quanta assenza sia tollerabile nel contesto analitico da parte del bambino e anche quanta necessità abbia questo stesso bambino di stare nell’assenza per attivare a sua volta la possibilità di una presenza. C’è un continuum che va dalle situazioni più gravi in cui la mente infantile sembra quasi totalmente collassata nell’esperienza dell’assenza a un estremo opposto di continua richiesta maniacale della presenza, è importante in queste situazioni gravi che il terapeuta possa mantenersi vivo e appassionato nelle situazioni più drammatiche in cui l’assenza sembra dominare la scena analitica.

Nel suo intervento M. Balsamo ha occupato, come ha dichiarato, solo momentaneamente la funzione autore (che è sempre momentanea), per promuovere un pensare insieme che significa connettere. E’ questa la lezione fondamentale di Green. Balsamo ha sostato su quel “io avrei detto piuttosto..”, espressione di Green che apre il volume, che è non soltanto una proposta di lettura da un altro vertice, e quindi la possibilità di un ascolto diverso, ma anche un modo per evitare di cadere nella solitudine del proprio pensiero e nella megalomania che può conseguirne. Si tratta per Green, e per Balsamo, di ricercare anche le differenze utili a rilanciare la riflessione e riaprire schemi interpretativi consolidati: nel dialogo interanalitico, nelle relazioni di cura, e nella scrittura. M. Balsamo ha sollevato alcune questioni fondamentali che ritroviamo nella clinica contemporanea, che riguardano quello che potremmo definire come lo smarrimento dell’esperienza e un ritorno psichico che non può avvalersi dell’oggetto. In questi casi, è allora l’oggetto analista che può consentire un attraversamento del piano della rimemorazione, proponendosi come coautore di costruzioni, la cui quota di finzione permette un riattraversamento della dimensione ludica dell’esperienza che era stata smarrita. Osservazioni e riflessioni che sono anche relative alle questioni che Balsamo esplora nell’altro suo lavoro “Ascoltare il presente“, che come ha suggerito Recalcati andrebbe letto insieme al “Green. Il potere creativo dell’inconscio“.

Numerosi sono stati gli interventi dalla sala, che ha reagito con grande partecipazione alla discussione, creando una situazione di pensiero in gruppo molto feconda e vivace.

Nella tavola rotonda del pomeriggio, L. Iannotta ha proposto una riflessione sul tempo in psicoanalisi, partendo dall’elaborazione di A. Green, e sulle molteplici espressioni che il “senso del tempo” può assumere nello sviluppo evolutivo, le sue diverse deformazioni psicopatologiche e la sua valenza nel percorso psicoterapeutico, con un particolare riferimento al volume Il tempo incantato, che Iannotta ha curato, espressione che condensa l’accezione dell’andare a tempo ed esserne incantato/estasiato ma, anche, andare fuori dal tempo e sentirsi incantato/bloccato.

  1. Carbone ha presentato l’interessante materiale di una bambina di 17 mesi che ha incontrato con i genitori. L’intervento nell’arco di 5 mesi ha portato a un’evoluzione molto favorevole: la bambina, Marta, presentava seri disturbi del sonno, forte ansia e una masturbazione coatta. L. Carbone ha sottolineato come questo caso si presti a una riflessione sulla clinica contemporanea e sul fondamentale apporto della teoria e della clinica kleiniana alla formazione degli psicoanalisti dell’infanzia, in grado di offrire setting, fatti anche di interventi brevi, per dare una comprensione e un senso a sintomi, a comportamenti, a stati d’angoscia di bambini che mostrano come l’intrapsichico si strutturi nella relazione oggettuale con il materno e con la coppia genitoriale, e in grado di intervenire quindi tempestivamente in situazioni che rischiano di esitare in arresti di sviluppo e nello strutturarsi di nuclei psicotici. Il materiale clinico ha consentito uno stimolante confronto tra l’evoluzione in Green del lavoro del negativo che si arresta nella relazione con una madre morta psichicamente agli occhi del bambino,incontro con il vuoto,  e il modello kleiniano-bioniano che dà rilievo alla difficoltà della bambina di accedere alla posizione depressivamessa in evidenza dalle evidenti angosce di frammentazione in relazione ad una scena primaria, a un edipo sadico e all’attivarsi dei “fantasmi della nursery”. Il buon esito del lavoro, la risoluzione della sintomatologia, è probabilmente da attribuirsi al rientro di proiezioni materne distruttive, che hanno consentito a Marta di ridurre il ricorso a processi di scissione dell’imago materna.
  2. Recalcati ha disegnato uno scenario della nostra contemporaneità in cui paradossalmente ciò che domina è la mancanza di sintomi. Non abbiamo più sintomi, che sono formazioni simboliche, ma espressioni di crisi (parliamo per esempio di crisi di panico). Il nostro presente rivela una nuova incapacità di accesso al simbolico, che si traduce in una nuova incapacità di capire il senso della Legge, di qualsiasi legge, e anche di qualsiasi alterità, un presente in cui si afferma un individuo cinico e narcisista, ma anche molto conformista, che tende a sostituire il desiderio con un godimento schiacciato sul consumo di oggetti, in quello che Recalcati definisce totalitarismo dell’oggetto. Ciò che verifichiamo nella nostra pratica clinica è un transfert selvaggio sequestrato dall’oggetto, di soggetti il cui desiderio non si sposta nel campo dell’altro, e di conseguenza siamo fuori dall’intersoggettività. Di fronte a situazioni cliniche in cui la libido appare sequestrata dall’oggetto, come psicoanalisti possiamo operare, nell’ordine della nevrosi, attraverso il transfert, offrendoci come nuovi oggetti libidici che possano favorire nuovi investimenti, e qui Recalcati ha fatto riferimento a un suo paziente di 21 anni, per certi versi tipico del nostro tempo, che manifestava una sorta di assenza di desiderio, e nell’ordine del campo non-nevrotico, ricorrendo alle istituzioni di cura che possono contenere le pulsioni di morte, attraverso un lavoro istituzionale di gruppo.

La discussione nella tavola rotonda ha costituito uno scambio di esperienze cliniche certo diverse, ma dentro le attuali questioni della clinica contemporanea, il gusto di parlare insieme ha favorito il coinvolgimento di tutti i presenti.

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